Nel 1964 veniva raso al suolo un intero distretto di Manhattan chiamato Radio Row. Al suo posto nasceva quella che sarebbe stata definita “la dinamo della rinascita economica e del rinnovamento urbano” di Lower Manhattan. Nasceva il World Trade Center e le torri del potere economico americano. Il loro architetto, Minoru Yamasaki, umanista, romantico e sperimentalista, idealizzava il progetto come una “rappresentazione vivente della fiducia dell’uomo nell’umanità, del suo bisogno di dignità individuale, della sua fiducia nella cooperazione fra gli uomini e attraverso la cooperazione, della sua capacità di divenire grande”. Era un’utopia e Yamasaki molto probabilmente lo sapeva fin dall’inizio, quando la Port Authority gli commissionò il colossale progetto.
Negli oltre trentacinque anni che separano la concezione del World Trade Center dai progetti per la ricostruzione, critici, architetti e storici dell’architettura hanno faticato a riconoscere la vera dimensione delle torri del World Trade Center, una grandezza simbolica, più ancora che fisica, destinata a subire un’ulteriore amplificazione nei mesi e negli anni che successivi l’attentato dell’11 settembre 2001.
La prima parte di questo elaborato, ripercorrendo le fonti della cronaca e della critica architettonica, intende ricostruire la difficile fortuna critica di un’architettura contemporanea. La seconda parte affronta alcuni temi emergenti dal lungo dibattito che accompagna l’approvazione del progetto per la ricostruzione di Ground Zero, mettendo in luce la straordinaria ed inedita partecipazione dell’opinione pubblica che fin dall’inizio tale processo decisionale ancor oggi incompiuto, ha innescato
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L’immagine dell’architettura dal World Trade Center al dibattito sulla ricostruzione di Ground Zero.pdf (4,28 mb)
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