by PLinto
30. June 2010 00:00
Giocando coi rifiuti
Giuseppe Vinci


Lambiccarsi pedantemente il cervello per creare prodotti - materiali visivi, giocattoli o libri - adatti ai bambini è sciocco. Sin dall’illuminismo è questa una delle fissazioni più stantie dei pedagoghi. La loro infatuazione per la psicologia gli impedisce di accorgersi che il mondo è pieno dei più incomparabili oggetti dell’attenzione e del cimento infantili. Dei più azzeccati. È che i bambini sono portati in misura notevole a frequentare qualsiasi luogo di lavoro in cui si opera visibilmente sulle cose. Si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici o di giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria. Nei prodotti di scarto riconoscono la faccia che il mondo delle cose rivolge proprio a loro, a loro soli. In questi essi non riproducono tanto le opere degli adulti quanto piuttosto pongono i più svariati materiali, mediante ciò che giocando ne ricavano, in un rapporto reciproco nuovo, discontinuo. I bambini in tal modo si costruiscono il proprio mondo oggettuale, un piccolo mondo dentro il grande, da sé. E delle norme di questo piccolo mondo oggettuale bisognerebbe tener conto quando si voglia creare apposta per i bambini e non si preferisca lasciare che sia la propria attività, con tutto ciò che in essa è strumento e accessorio, a trovarsi da sola la strada verso di loro.1
Proprio dalle norme di un piccolo mondo oggettuale fatto di giochi immaginati con gli scarti, descritto qui sopra da Walter Benjamin, che propongo il progetto che segue. Dando vita ad un’idea attraverso un attenzione incondizionata, che i bambini hanno, per le cose che ci circondano e mediante un gioco intellettuale che ridà vita agli oggetti scartati. I rifiuti che tanto caratterizzano la nostra civiltà “mercivora” accompagnano il nostro sguardo quotidianamente, ma questi li osserviamo con disprezzo e disinteresse. Eppure, di contro, non riusciamo a sbarazzarci dell’orsacchiotto con cui dormivamo da bambini: pur se logoro e senza più un occhio. Ciò che segue è uno spazio nato giocando coi rifiuti che rivela i più virtuosi significati di ecosostenibilità, studiati in altri termini dai pedagoghi dell’architettura troppo attenti a non mostrarsi fantasticamente ingenui.
Un Eco dai rifiuti che ricorda: la creazione è gioco.
1 W.Benjamin, (a cura di) G.Schiavoni, Cantiere, in Strada a senso unico, Einaudi, Torino, 2006.